Settembre in cartoleria: il rito più serio dell'anno scolastico

Il momento più solenne dell'anno non era Natale. Era settembre in cartoleria.

Niente cerimonie, niente discorsi. Eppure c'era qualcosa di quasi liturgico in quella visita di fine agosto, quando tutta la famiglia si presentava davanti agli scaffali stracolmi di diari, astucci e quaderni con la copertina plastificata. Un rito collettivo, silenzioso, con regole non scritte che tutti rispettavano.

Prima regola: il diario si sceglieva con la stessa serietà con cui un adulto sceglie un'auto. Non era un quaderno. Era una dichiarazione d'identità. C'era chi puntava dritto al diario con il personaggio del momento — e qui ogni generazione ha il suo pantheon — e chi invece optava per quello "neutro", quello che sembrava quasi professionale, quasi da grandi. Poi lo riempiva di adesivi entro la seconda settimana di scuola, ma questo è un altro discorso.

L'astuccio: oggetto di culto e campo di battaglia

L'astuccio era la cosa più importante. Non la più utile — quella era probabilmente la gomma — ma la più importante. Doveva essere rigido o morbido? Con uno scomparto o due? Con la zip o con il bottone a pressione? Domande esistenziali che si affrontavano con la stessa intensità di una scelta universitaria.

E poi c'era il contenuto. Le penne Bic a quattro colori erano lo status symbol per eccellenza: chi le aveva poteva scrivere in rosso, blu, verde e nero senza cambiare penna. Un lusso. Un potere. Qualcuno le usava tutte e quattro nella stessa pagina di appunti, solo per dimostrare di poterlo fare.

I pennarelli Giotto erano un investimento. Guai a chi li lasciava senza cappuccio.

I pennarelli erano un capitolo a parte. Arrivavano a settembre in perfetto ordine cromatico, tutti con il cappuccio, tutti funzionanti. A novembre erano già un cimitero: tre senza punta, due senza cappuccio, il rosso quasi esaurito perché qualcuno lo aveva usato per sottolineare tutto.

I quaderni e la copertina giusta

I quaderni si compravano a dozzine, ma non tutti erano uguali. C'era il quaderno di bella, quello di brutta, quello per i compiti in classe e quello "di riserva" che non si usava mai perché era troppo bello da rovinare. La copertina doveva essere quella giusta: rigida, con il soggetto giusto, possibilmente con qualcosa che facesse capire chi eri.

Qualcuno ci incollava sopra le figurine. Qualcuno ci scriveva il nome con il bianchetto in caratteri elaborati. Qualcuno — i più metodici, quelli che poi avrebbero fatto ragioneria — ci metteva un'etichetta stampata con nome, cognome, classe e materia. Già a dieci anni si capiva chi sarebbe diventato cosa.

Il momento del conto alla cassa

Poi arrivava il momento della cassa. Il genitore guardava il totale con un'espressione che non era esattamente sorpresa, ma nemmeno rassegnazione. Era qualcosa di intermedio, una specie di accettazione stoica. I figli guardavano dall'altra parte, fingendo interesse per i temperamatite esposti vicino alla porta.

Si usciva dalla cartoleria con buste pesanti e la sensazione — durata esattamente tre giorni — che quell'anno sarebbe andato tutto diversamente. Che i quaderni sarebbero rimasti in ordine. Che i pennarelli avrebbero avuto tutti il cappuccio fino a giugno. Che il diario sarebbe stato compilato ogni giorno.

Poi iniziava la scuola, e tutto tornava come sempre. Ma quei tre giorni di settembre, con la cartoleria ancora profumata di plastica nuova e la speranza intatta, erano qualcosa di irripetibile.

Un pezzo di quegli anni, da portare addosso

Se anche tu hai vissuto quei settembri — con l'astuccio rigido, il diario scelto con cura maniacale e i pennarelli Giotto in fila perfetta — sai già di cosa stiamo parlando. Quella cultura pop degli anni Ottanta e Novanta non era solo televisione e musica: era anche questo, i piccoli riti quotidiani che ci hanno formati senza che ce ne accorgessimo.

Da Epoche Ironiche trovi le magliette per chi quei riti li ricorda bene. Come la T-Shirt Commemorativa Anni '80 dedicata a Jeeg Robot, uno di quegli appuntamenti fissi che scandivano i pomeriggi di chi tornava da scuola con lo zaino pieno di quaderni nuovi e la testa già altrove. Un pezzo di quegli anni, da portare addosso con la stessa naturalezza con cui si portava l'astuccio rigido.

Perché alcune cose non si dimenticano. E alcune magliette lo sanno.

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